SOCIETA' ITALIANA DI NEUROPSICHIATRIA DELL'INFANZIA E DELL'ADOLESCENZA
 
 
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Vol. 34  N. 3  Dicembre 2014

EPILESSIA E DISTURBI PSICOPATOLOGICI: UNO STUDIO MEDIANTE LA CBCL

E. Carlotta Salmin, M. Chiappedi, S. Donetti Dontin, U. Balottin, P. Veggiotti, A. Picardi

Introduzione. I bambini affetti da epilessia sono sempre stati considerati sog- getti a rischio dal punto di vista psicopatologico, sia per quanto riguarda disturbi di tipo esternalizzante che internalizzante. Tuttavia non è chiaro se questa proble- matica sia legata alla patologia in sé, o sia invece la presenza di altre comorbilità a influire sul funzionamento psicologico dei pazienti. Metodi. Sono stati studiati 100 pazienti affetti da epilessia (età: 6-18 anni; M:F = 1:1), afferiti consecutivamente all’Istituto Neurologico C. Mondino. Lo stru- mento scelto per la valutazione del profilo emotivo-comportamentale è la CBCL 6-18. Sono state raccolte inoltre alcune variabili socio-demografiche e cliniche, mediante una scheda standardizzata. Risultati. I soggetti affetti da epilessia in età pediatrica non mostrano una costante presenza di psicopatologia per quanto rilevabile dai questionari CBCL compilati dai genitori. Le problematiche psicopatologiche che emergono sembrano essenzialmente correlate ad aspetti clinici eventualmente associati all’epilessia (ad es. disabilità intellettiva o motoria). Discussione. Pur necessitando di verifica in gruppi più numerosi, i dati sembra- no dimostrare come la presenza di aspetti psicopatologici nei soggetti con epiles- sia sia da collegarsi alla eventuale encefalopatia o a fattori estranei all’epilessia.
Caratteristiche motorie in bambini con Disturbo della Coordinazione Motoria e con Disturbo Specifico di Apprendimento: uno studio pilota

B. Caravale, S. Baldi, R. Penge, R. Averna, M. Nunzi

Premessa. Diversi studi hanno mostrato una stretta associazione tra disturbi motori e difficoltà di apprendimento e recentemente sono stati descritti anche problemi motori e alterazioni del tono muscolare e difficoltà di equilibrio in bambini dislessici. Obiettivi. Lo scopo principale di questo studio è quello di esaminare le ca- ratteristiche motorie in tre popolazioni: bambini con diagnosi di disturbo della coordinazione motoria (DCD), di disturbo specifico dell’apprendimento (DSA) e bambini con sviluppo tipico (ST). Metodi. Hanno partecipato allo studio 58 bambini suddivisi in 3 gruppi: 18 DCD, 22 DSA e 18 ST. Per la valutazione degli aspetti motori è stato utilizzato il Developmental Coordination Disorder Questionnaire (DCD-Q). Risultati. L’analisi dei dati (ANOVA) mostra differenze significative tra i tre gruppi nel punteggio totale del DCD-Q. Il gruppo DCD ottiene punteggi significa- tivamente inferiori rispetto al gruppo ST. I DSA ottengono punteggi simili ai DCD nell’area “Motricità fine e scrittura” e nell’area di “Coordinazione generale”, mentre non differiscono dal gruppo ST nell’area del “Controllo del movimento”. Conclusioni. I risultati suggeriscono che, nonostante i bambini con DCD mostrino uno sviluppo motorio maggiormente compromesso rispetto agli altri due gruppi, tuttavia in alcune aree motorie anche i bambini con DSA evidenziano delle difficoltà.
Disturbo da Sintomi Somatici e disturbi correlati: considerazioni su una nuova categoria del DSM-5

M. Chiappedi, M.M. Mensi, M. Tantardini, U. Balottin

Il lavoro analizza la nuova categoria del DSM-5 denominata “Disturbo da Sintomi Somatici e disturbi correlati”. Oltre a una descrizione della categoria stessa, viene preso in esame il complesso dibattito emerso nella lettura scientifica relativamente a tale novità. Gli autori concludono che l’approccio integrato alla presa in carico del paziente sembra anche in questo settore presentare grandi vantaggi e oppor- tunità per la corretta diagnosi e per un trattamento adeguato.
RICONOSCIMENTO DELLE PROPRIE EMOZIONI E ASPETTATIVE LEGATE AL BERE: QUALE RELAZIONE CON IL CONSUMO DI ALCOLICI IN ETÀ ADOLESCENZIALE?

M. Gatta, L. Svanellini, A. Seminati, M. Penzo, A. Spoto Andrea, P.A. Battistella

.Premessa. Il fenomeno del consumo di alcol negli adolescenti in Italia è divenuto sempre più diffuso a partire da età anche molto precoci (primato negativo italiano in Europa) con conseguenze negativerilevanti per la salute neuropsichica. Obiettivi. Valutare l’eventuale associazione fra consumo alcolico, alessitimia e aspettative legate al bere relative all’affettività. Soggetti e metodi. È stato studiato un campione di 467 studenti frequentanti alcune scuole secondarie di II grado della provincia di Padova tramite somministra- zione di 3 questionari: il QASS (Questionario Adolescenti Sabato Sera), la TAS-20 (Toronto Alexithymia Scale) e il DEQ (Drinking Expectancy Questionnaire). Risultati. Sono così sintetizzabili: - il consumo alcolico è maggiore nei maschi rispetto alle femmine. Per entrambi si registrano andamenti paralleli con picchi di consumo tra i 15 e i 17 anni; - il tasso di alessitimia varia in base all’età e al genere dei soggetti: le femmine mostrano un andamento più stabile nel tempo con picchi intorno ai 15 e ai 17 anni. Nei maschi invece, l’alessitimia decresce all’avanzare dell’età; - l’assunzione di alcol si associa a minori livelli di alessitimia e ad aspettative di incrementare le competenze comunicative.
MALATTIE NEUROMETABOLICHE A ESORDIO INFANTILE ASSOCIATE A NEUROPATIA OTTICA

M. Mastrangelo, S. Bertino, C. Caputi, A.M. De Negri, F. Sadun, V. Leuzzi

Le neuropatie ottiche a esordio infantile, in soggetti affetti da malattie neurome- taboliche, sono spesso conseguenza di un processo neurodegenerativo che può essere espressione di una lesione primaria del nervo ottico o secondario a dege- nerazione retinica. Visto che una neuropatia ottica può essere la manifestazione di un ampio gruppo di patologie, il suo riscontro rende indispensabile un work-up diagnostico completo e multidisciplinare che orienti il clinico tra i differenti disordini neurometabolici. Le principali malattie neurometaboliche in cui può essere presente una neuropatia ottica possono essere classificate in tre gruppi in base all’età in cui si rende clinicamente evidente il coinvolgimento del nervo ottico: a) forme a esordio nei primi 3 anni di vita; b) forme a esordio tra i 3 e i 10 anni di vita; c) forme a esordio tra i 10 e 16 anni di vita. In questa revisione focalizzeremo l’attenzione sulle caratteristiche cliniche di ciascuna di queste patologie e sui termini di coinvolgimento del nervo ottico e di altre manifestazioni oculari.
IL DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE E IPERATTIVITÀ (ADHD): ESPERIENZA IN UNA U.S.L. TERRITORIALE DEL CENTRO DI RIFERIMENTO DELLA REGIONE UMBRIA

G. Mazzotta, M. Cannarozzo, M. Allegretti

L’ADHD è una sindrome cognitivo-comportamentale frequente e determinante un for- te impatto sulla qualità della vita dei giovani affetti e delle loro famiglie; inoltre, rap- presenta una condizione a elevato impatto sociale in termini di costi. L’obiettivo del presente lavoro è stato quello di descrivere i dati epidemiologici dei pazienti afferiti al centro di riferimento per l’ADHD della regione Umbria nel periodo di attività compreso fra settembre 2007 e dicembre 2012. 103 pazienti (60,95%) hanno effettuato una terapia multimodale senza l’assunzione del farmaco, mentre 66 (39,05%) hanno effettuato una terapia multimodale abbinata all’assunzione di un farmaco psicostimolante (24 atomoxetina, 39 metilfenidato; 3 pazienti hanno effettuato uno switch farmacologico). Nessuno dei pazienti che hanno interrotto il trattamento ha sospeso per insorgenza di effetti avversi. È stata effettuata una valutazione del miglioramento clinico in un sottogruppo di 30 pazienti in trattamento farmacologico tramite la Children Global Assessment scale (C-GAS) e la Clinical Global Impression severity scale (CGI-S), rilevando i punteggi a ogni visita di controllo ed effettuando analisi statistica con ANOVA per misure ripetute, test t di Bonferroni e test T di Holme. In entrambi i gruppi di trattamento è stata registrato un miglioramento dei punteggi alla C-GAS e alla CGI-S (P minore di 0,05).
IL METODO DELLA RESISTENZA ALL’INTERVENTO PER LA PREVENZIONE DELLE DIFFICOLTÀ SCOLASTICHE E L’INDIVIDUAZIONE PRECOCE DEI DISTURBI SPECIFICI DELL’APPRENDIMENTO: UNO STUDIO PILOTA

C. Melon, I. Lonciari, E. Bortolotti, E. Flaugnacco, L. Monasta, M. Montico, L. Ronfani, M. Carrozzi

Per identificare tempestivamente il rischio di disturbo specifico di apprendimento (DSA) e per affrontare le difficoltà scolastiche, nella letteratura internazionale è stata dimostrata l’efficacia del modello della resistenza all’intervento (Modello RI). I DSA vengono individuati perché resistenti agli interventi di potenziamento dei prerequisiti scolastici messi in atto all’interno della scuola dagli insegnanti e strutturati su 3 livelli di intensità crescente. Le difficoltà scolastiche possono risol- versi più o meno rapidamente mentre la resistenza all’intervento diventa l’indica- tore di un possibile rischio per un DSA meritevole di un approfondimento clinico. Obiettivo. L’obiettivo è di verificare per la prima volta nella realtà scolastica italiana, l’efficacia del modello RI rivolto a bambini in età prescolare. Metodi. Sono stati reclutati, con un codificato screening computerizzato che valuta i prerequisiti all’apprendimento, 210 bambini dell’ultimo anno di alcune scuole dell’in- fanzia di una città del nordest dell’Italia. Tutti i livelli di potenziamento sono stati gestiti dagli insegnanti: i primi due sono stati attuati all’interno della scuola dell’infanzia. Per i resistenti, il 3° livello è stato attuato durante il 1° anno della scuola primaria. Risultati. 58 bambini (27,62%) del campione totale presentava difficoltà nei prerequisiti. Dopo i due livelli di potenziamento, solo 16 (7,6%) sono risultati resistenti. Questi sono stati sottoposti a un intervento di didattica personalizzato durante il 1° anno della scuola primaria. 10 bambini sono poi stati rivalutati e solo 1 è risultato a rischio per DSA. Conclusioni. Il metodo RI si è rivelato efficace nel migliorare i prerequisiti all’apprendimento permettendo agli insegnanti di gestire direttamente le attività formative. Questo approccio può migliorare l’efficacia del processo diagnostico dei DSA, individuando tempestivamente i soggetti veramente a rischio per DSA che dovrebbero essere inviati alla valutazione clinica.
Chi, perché e in che modo si rivolge ai servizi di neuropsichiatria infantile?

L. Pedrini, D. Sisti, A. Tiberti, A. Preti, M. Fabiani, L. Ferraresi, S. Palazzi, R. Parisi, C. Ricciutello, M.B.L. Rocchi, G. Sartorio, A. Squarcia, S. Trebbi, A. Tullini, G. de Girolamo, per il gruppo PREMIA

Premessa. Comprendere chi e in che modo prende contatto con le Unità Operative di Neuropsichiatria Infantile (UONPIA) costituisce un importante passaggio per delineare strategie volte a contrastare il treatment gap, rappresentato dal divario tra bisogni di cura e reale accesso ai trattamenti. Questo lavoro descrive ed analizza un ampio campione di utenti delle UONPIA allo scopo di identificare i percorsi assistenziali di questi pazienti e delle loro famiglie, comparare i loro profili clinici e di funzionamento psicosociale e valutare la gravità dei casi in trattamento. Metodi. 710 pazienti consecutivamente afferenti ai servizi ambulatoriali delle UONPIA della Regione Emilia-Romagna e di Brescia sono stati valutati tramite una ‘Scheda Pa- ziente” e con strumenti standardizzati di assessment (CBCL, CGAS, HoNOSCA e CGI). Risultati. L’età media dei pazienti è 11 anni. La maggior parte del campione vive con i genitori biologici; solo il 20% proviene da una famiglia con struttura non tradizionale (adottiva, affidataria o monoparentale). Si osservano livelli di gravità clinica e compromissione del funzionamento significativamente diversi tra i principali gruppi diagnostici; i problemi scolastici rappresentano il più frequente motivo di richiesta di consulto. Quasi la metà degli utenti (43%) ha già ricevuto un trattamento prima dell’accesso iniziale ai servizi perlopiù da parte del pediatra o medico di medicina generale. La maggior parte dei genitori dichiara di essere stata inviata alla UONPIA da altri professionisti (80%), mentre il 17% dei genitori richiede un consulto di propria iniziativa. Una elevata scolarità della madre risulta associata al contatto senza invio da parte di altri servizi o professionisti. Conclusione. I problemi scolastici risultano essere un importante antecedente della richiesta di consultazione nelle UONPIA. I bambini e gli adolescenti che pre- sentano problemi scolastici dovrebbero ricevere un esame attento già nell’ambito della scuola stessa. Interventi educativi rivolti a genitori ed insegnanti potrebbero migliorare le loro conoscenze circa i disturbi con insorgenza in età evolutiva, e quindi favorire un tempestivo avvio alle cure specialistiche.

Vol. 34  N. 2  Agosto 2014

Disturbi del comportamento alimentare: il Dsm Iv-Tr e V a confronto

G. de Lucia, V. Di Pisa, V. Gentile, P. Gualandi, E. Franzoni

Il DSM è un manuale diagnostico di stampo neopositivista, che a partire dall’i- dentificazione dei sintomi specifica dei criteri finalizzati alla diagnosi. La sua V edizione è caratterizzata da un approccio dimensionale, e non più multiassiale, con il fine di cogliere le cause del disturbo mentale. Da questa impostazione deriva l’ampliamento dei confini della patologia, con un conseguente abbassamento della soglia di salute e malattia. L’incremento sociale dei quadri psicopatologici dei Disturbi del Comportamento Alimentare ha posto le basi per l’inclusione di nuovi “contenitori” nosografici sempre più specifici. Ci riferiamo all’introduzione dei Disturbi da Alimentazione Incontrollata, all’eliminazione dell’amenorrea come criterio diagnostico per l’Anoressia Nervosa, e alla revisione terminologica di alcuni concetti, quale quello di “basso peso”. Le patologie “ibride” sono state incluse in categorie nosografiche ad hoc, facilitandone l’identificazione da parte del clinico. Per evitare un approccio riduzionistico, l’uso del Manuale non può prescindere una valutazione della realtà fenomenologica del paziente in tutta la sua complessità.
Disturbi da uso di sostanze e DSM-5: considerazioni nosografiche e cliniche

A. Di Stefano, G.B. Camerini , M. Valentini, F. Russo, U. Sabatello

La quinta edizione del DSM ha portato con sé molte modifiche rispetto all’edi- zione precedente. Tra questi cambiamenti, alcuni riguardano in particolar modo il capitolo relativo ai disturbi da uso di sostanze 1 2 che attualmente è titolato “Disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction”.
Spettro schizofrenico

M. Ferrara, G. Colafrancesco

Nel definire la Schizofrenia e i disturbi ad essa correlati, il DSM III, l’ICD 10 ed il DSM IV, in accordo con la tradizione Kraepeliana, postulano strette relazioni tra i sintomi clinici, il decorso longitudinale e l’esito. Questo riferimento paradigmatico è stato messo in discussione negli ultimi 20 anni, suscitando numerose richieste di modificare i criteri di definizione del disturbo: il gruppo di lavoro del DSM 5 ha revisionato i nuovi dati riguardanti diversi aspetti dei disturbi psicotici, per valutare l’opportunità di avviare una svolta critica nosografica. I risultati riflettono un approccio sostanzialmente conservativo: i cambiamenti introdotti nel DSM 5 forniscono un quadro generale in cui prevalgono, come priorità, il miglioramento dell’utilità clinica, la semplicità, l’affidabilità diagnostica. I biomarkers ed in generale i dati di laboratorio sono stati ignorati e l’obiettivo di costruire una “nuova nosologia” è stato procrastinato. Un’altra sfida riguardava l’opportunità di includere una “sindrome di rischio psicotico” all’interno della classificazione, come conseguenza del movimento di ricerca clinico che nell’ultimo decennio ha contribuito a definire la cosiddetta “Sindrome di Rischio Psicotico”. Sebbene, in contesti di ricerca, l’affidabilità di questa diagnosi sia ben consolidata, il gruppo di lavoro ha deciso di includere la “Sindrome Psicotica Attenuata” nella III sezione del manuale, come condizione che giustifica ulteriori studi e validazioni.
Il Disturbo Specifico dell’Apprendimento nel DSM-5: prospettiva neuroevolutiva e approccio life-span

A. Gagliano, E. Germanò, M. Ciuffo

A differenza del DSM-IV- TR che rappresentava disturbi discreti, ognuno con specifici criteri diagnostici, il DSM-5 propone una singola etichetta diagnostica per definire l’insieme dei problemi nell’acquisire le capacità scolastiche: Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA). Lo descrive come un disturbo dal profilo neuropsicologico eterogeneo e, in termini di endofenotipi disfunzionali, largamen- te sovrapposto con gli altri disturbi del neurosviluppo. Il DSM-5 espone inoltre i cambiamenti delle manifestazioni del disturbo durante il corso della vita, partendo dagli indicatori di rischio in età prescolare e giungendo fino all’età adulta. Nel complesso le novità introdotte da quest’ultima edizione del DSM sembrano costituire un richiamo ad assumere una prospettiva meno rigidamente categoriale e un approccio life-span, pur rispettando l’esigenza di classificare e descrivere singole categorie diagnostiche.
Disturbo dello sviluppo della coordinazione: riflessione sui nuovi sistemi di classificazione

J. Galli, S. Micheletti, E. Fazzi

Il disturbo dello sviluppo della coordinazione è un disordine neuromotorio di programmazione e pianificazione di un movimento intenzionale, presente in circa il 6% della popolazione in età scolare. Si presenta come una collezione di segni e sintomi che variano sensibilmente in relazione all’età e interferiscono significati- vamente sulla vita quotidiana e scolastica. L’eziologia del disturbo è attualmente ancora poco definita e incerta e la stessa definizione terminologica permane fonte di grande dibattito, con un uso frequentemente alternato di termini quali “disprassia”, “impaccio motorio” e “disturbo dello sviluppo della coordinazione” utilizzati spesso come sinonimi. Incluso per la prima volta nella terza edizione del manuale diagnostico e statistico DSM III il disturbo è tutt’ora presente nel DSM 5. In quest’ultima edizione non sono state apportate sostanziali modificazioni ai cri- teri diagnostici, ma sono stati forniti molti spunti di riflessione per una valutazione più approfondita e puntuale delle varie aree dello sviluppo coinvolte nel disturbo e per una sua efficace presa in carico abilitativa. In questo lavoro discutiamo le mo- dificazioni apportate ai singoli criteri diagnostici e gli aspetti diagnostico-valutativi di due casi prototipici alla luce del DSM 5.
Disturbi depressivi: dal DSM-IV-TR al DSM-5, cosa cambia? Novità nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) in merito ai Disturbi Depressivi in bambini e adolescenti

L. Margari, C. de Giambattista

Nel DSM-5 i Disturbi Depressivi sono separati dai Disturbi Bipolari e costituiscono una categoria autonoma, non più incorporata all’interno dei Disturbi dell’Umore. Sono state identificate nuove categorie diagnostiche (Disturbo da Disregolazione dell’Umore Dirompente, Disturbo Disforico Premestruale, Disturbi Depressivi Persistenti) e revisionate categorie già presenti nel DSM-IV (Disturbo Depressivo Maggiore). Le modifiche effettuate mirano alla migliore definizione diagnostica di sintomi e quadri clinici controversi e alle conseguenti indicazioni terapeutiche. Problematicità e criticità rispetto a questa nuova edizione del DSM sono già state sollevate aprendo ad ulteriori sviluppi.
I disturbi dirompenti, del controllo degli impulsi e della condotta

G. Masi, A. Manfredi, S. Pisano * , A. Milone

I disturbi dirompenti, del controllo degli impulsi e della condotta sono tra le cause più frequenti di richiesta di consultazione nei centri di neuropsichiatria infantile, e sono frequentemente associati a fallimento scolastico, stabili comportamenti devianti (impulsivi ed aggressivi), e elevato rischio di evoluzione psicosociale nega- tiva. Questa nuova categoria diagnostica comprende diverse condizioni cliniche che presentano una stabile difficoltà nel controllo delle emozioni e del comportamento, ma che sono caratterizzate anche da una violazione dei diritti altrui, (es. aggressi- vità, distruzione di proprietà,ecc. ), o da mancato rispetto di norme sociali o figure di autorità. I disturbi inclusi in questa categoria diagnostica comprendono il disturbo oppositivo-provocatorio, il disturbo della condotta (incluso il sottotipo con emozio- nalità pro-sociale limitata), il disturbo di personalità antisociale (descritto in modo specifico nel capitolo sui disturbi di personalità), il disturbo esplosivo intermittente, la piromania e la cleptomania (in precedenza inclusi nei disturbi del controllo degli impulsi), ed i disturbi da comportamento dirompente non altrimenti specificato.
I disturbi dello spettro dell’autismo: la revisione del DSM-5

R. Militerni, A. Carloni, G. Militerni

La recente edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, edito dall’Associazione Americana degli Psichiatri, ha sottoposto la categoria dell’Autismo e dei disturbi correlati ad una significativa revisione. Le modifiche riguardano la denominazione, l’abolizione delle sotto-categorie precedentemente individuate, la rielaborazione dei criteri diagnostici e l’introduzione degli “specifi- catori” di gravità e di eventuali comorbilità. Di particolare interesse risulta anche l’individuazione di una nuova Sezione, indicata con la denominazione di “Disturbi del Neurosviluppo”, che raggruppa una serie di condizioni cliniche incluse dalla precedente edizione nella Sezione dei “Disturbi Solitamente Diagnosticati per la Prima Volta nell’Infanzia, nella Fanciullezza o nell’Adolescenza”. I Disturbi del Neurosviluppo, che comprendono anche i Disturbi dello Spettro dell’Autismo, presentano una serie di caratteristiche comuni che valgono ad individuarla come una meta-categoria.
DISTURBI CORRELATI A EVENTI TRAUMATICI E STRESSANTI

R. Nacinovich, M. Bomba, F. Neri

Il nuovo capitolo del DSM-5 “Disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti” viene presentato e discusso anche alla luce delle teorie di psichiatria psicodinamica sul trauma. Si accenna alle ricadute sull’approccio clinico ai bambini e agli adole- scenti ed ai loro genitori con un breve excursus dalle origini della neuropsichiatria infantile italiana, nel lavoro dal primo dopoguerra ai giorni nostri.
La diagnosi del disturbo da deficit di attenzione/iperattività: il passaggio dal DSM-IV-TR al DSM-V

A. Pasini, M. Pitzianti, S. Spiridigliozzi, P. Curatolo

Il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività (ADHD), uno dei più comuni disturbi neurocomportamentali, con esordio nella prima infanzia, è una condizione altamente ereditaria con documentate anomalie cerebrali, importanti sintomi associati e deficit che investono numerosi aspetti della vita quotidiana. La quinta edizione del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali pubblicato nel 2013, introduceva alcune importanti modifiche relative ai criteri diagnostici dell’ADHD rispetto alla precedente classificazione (DSM-IV-TR,2000). I principali cambiamenti riguardavano aspetti significativi quali: l’introduzione dell’ADHD nel capitolo dei “disturbi neurocompor- tamentali”, il limite di età per l’esordio dei sintomi, le manifestazioni cliniche della patologia, le sue caratteristiche in età adulta, la prevalenza, la comorbidità e i correlati neurobiologici dell’ADHD. Le modifiche introdotte dal DSM-V hanno lo scopo di fornire una migliore descrizione dell’ADHD al fine di assistere i clinici nella corretta definizione della diagnosi e nella scelta del trattamento mediante un approccio basato sull’evidenza Studi futuri evidenzieranno l’impatto che l’uso di tale nuova classificazione avrà nell’epidemiologia e nella ricerca clinica.
DSM-5, Disturbi del neurosviluppo e disabilità intellettiva (disturbo dello sviluppo intellettivo)

C. Ruggerini, O. Daolio * , S. Manzotti

La concezione della Disabilità Intellettiva è socialmente costruita e, per questo, mu- tevole nel tempo. Il contributo delle neuroscienze e della clinica alla comprensione di questa condizione è, negli ultimi anni, di assoluto rilievo. Le particolarità delle nuove concettualizzazioni sono espresse, nel DSM-5, dai seguenti aspetti: la as- segnazione della condizione al cluster dei Disturbi del Neurosviluppo (che ricolloca anche questa condizione nel mainstream delle conoscenze scientifiche in tema di rapporto tra genetica, epigenetica e contesto); la necessità di una concettualizza- zione della condizione sia come condizione esistenziale particolarmente sensibile ai sostegni allo sviluppo sia come disturbo della organizzazione neurobiologica (che impone di considerare la effettiva possibilità di uno sviluppo life-span); la utilità di una descrizione dimensionale delle componenti del funzionamento cognitivo (che orienta nuove possibilità di potenziamento individuale del funzionamento cogniti- vo); la prevalenza, nella valutazione dei criteri diagnostici, delle capacità adattive (che riduce il rischio di etichettamenti e indica uno degli obiettivi dei sostegni).

Vol. 34  N. 1  Aprile 2014

ASPETTI PSICOPATOLOGICI DEI PIERCING E DEI TATUAGGI

A. D’Ambrosio , V. Martini , N. Casillo

Obiettivi. Piercing e tatuaggi sono modificazioni corporee sempre più utilizzate, quali fenomeno di costume, soprattutto fra gli adolescenti. Diversi studi hanno dimostrato una correlazione tra autolesionismo e “body modifications”. Lo scopo di questo studio è di valutare le componenti psicologiche e personologiche correlate con tali pratiche. Metodologia. Lo studio ha considerato 121 soggetti (età media: a. 23,78 ± 3,9): 60 (F 29, M 31) non avevano body modifications, 25 soltanto tatuaggi (F 48, M 21) e 36 con piercing (F 24, M 12).
Sono stati somministrati i seguenti test: Psychological General Well-Being Index (PGWBI), the Self-Harm Inventory (SHI), the Borderline Sindrome Index (BSI), the Dissociative Experience Scale (DES II), the Toronto Alexithymia Scale (TAS-20). Per l’analisi statistica dei dati è stato usato il SPSS Tool per considerare: ANOVA, Chi-Square Test e Cross-Tabulation Test.
Risultati. L’analisi statistica dei risultati ha dimostrato una correlazione significativa tra body modifications (tatuaggi e piercing) e variabili psicologiche, personologiche e psicopatologiche:
- i tatuaggi prevalgono nel genere maschile, mentre i piercing in quello femminile;
- il gruppo con tattoo ha mostrato una maggiore alessitimia (TAS-20:F = 29,066; p = 0,000);
- l’insieme delle body modifications ha evidenziato una correlazione significativa con i comportamenti autolesivi (test SHI: F = 80,416; p = 0,000). In questo stesso gruppo si riscontra un ridotto benessere psicologico (test PGWBI: F = 19,522; p = 0,000), particolarmente correlato al numero di tattoos e piercing;
- nel gruppo con piercing si evidenzia una significativa presenza del tratto Borderline di personalità, mentre in quello con tattoos si rilevano risultati più alti di quello di controllo;
- il tratto dissociativo (DES II) evidenzia solo una tendenza a valori più elevati.

Conclusioni. Lo studio ha dimostrato che esiste una correlazione significativa tra quantità di body modifications e presenza di variabili legate al distress psicologico, all’alessitimia e al comportamento auto lesivo così come il legame con tratti borderline di personalità.
ALCOL ED EMOZIONI IN ADOLESCENZA

M. Gatta , S. Benanti , L. Svanellini , M. Penzo , L. Balottin , P.A. Battistella

Premessa. Il fenomeno del consumo di alcol negli adolescenti in Italia è divenuto sempre più diffuso a partire da età anche molto precoci (primato negativo italiano in Europa) con conseguenze negative rilevanti per la salute neuropsichica. La dipendenza dall’alcol in età adulta risulta legata a disturbi nella percezione e nella gestione delle emozioni e degli affetti, ancora mal differenziati dagli stati corporei e non mentalizzati (alessitimia). Se esistono alcune evidenze sulla relazione fra alessitimia e abuso alcolico per quanto riguarda l’età adulta, nessuno studio è stato compiuto su campioni di adolescenti.
Obiettivi. Valutare l’eventuale associazione fra consumo alcolico, alessitimia e capacità di attribuire stati emotivi agli altri.
Metodi. Sono stati studiati due campioni, uno di studenti afferenti a scuole secon- darie di II grado della provincia di Padova e l’altro di pazienti psichiatrici affetti da disturbo misto della condotta e della sfera emozionale afferenti ad un servizio di neuropsichiatria dell’ULSS 16 di Padova. L’età media dei soggetti è pari a 15,5 anni. Sono stati somministrati il QASS (Questionario Adolescenti Sabato Sera), la TAS-20 (Toronto Alexithymia Scale) e il Test Attribuzione Emozioni.
Risultati. Il presente studio ha confermato alcuni dati presenti in letteratura quali l’aumento del consumo alcolico con l’età e la riduzione delle caratteristiche alessitimiche con l’età. Non sembrerebbe invece confermata la relazione tra alessitimia e abuso alcolico, rilevata da vari studi su popolazione adulta, che qui risulta anzi inversa. Circa la capacità di attribuire emozioni, questa risulta asso- ciata negativamente con il consumo alcolico nel gruppo di controllo, mentre tale associazione non si é riscontrato nel gruppo clinico, nonostante in quest’ultimo siano significativamente maggiore l’incapacità di attribuire le emozioni.
Conclusioni. Il presente lavoro può essere considerato un preliminare valido contributo sul tema adolescenza, consumo di alcolici ed emozioni, soprattutto alla luce della scarsa letteratura in merito riferita all’età evolutiva. Da un punto di vista applicativo, inoltre, questo studio può essere tenuto in conto al fine di progettare interventi di prevenzione mirati alla riduzione del consumo alcolico in adolescenza che agiscano sulla gestione delle emozioni quale fattore di rischio.
EVOLUZIONE A LUNGO TERMINE DI SOGGETTI CON DIAGNOSI DI DISTURBO DELLO SPETTRO AUTISTICO FORMULATA AD UN’ETÀ INFERIORE AI TRE ANNI DI VITA

R. Militerni , B. Adinolfi , L. Antinolfi , C. Falco , A. Frolli , G. Militerni

Le recenti acquisizioni in merito alla definizione delle traiettorie evolutive che in- vestono lo sviluppo dei soggetti con Disturbo dello Spettro Autistico e, soprattutto, la possibilità che alcuni di essi possano fuoriuscire dalla “categoria” rivestono un ruolo determinante in termini clinici. Il clinico, infatti, si trova a dover fronteggiare una serie di nuovi interrogativi che investono: la validità di una diagnosi formulata molto precocemente; la necessità di individuare già alle prime osservazioni fattori che possano assumere un significato prognostico; l’esigenza di programmare interventi terapeutici personalizzati.
Nel presente lavoro, presentiamo l’evoluzione a lungo termine di soggetti con diagnosi dello spettro autistico formulata ad un’età inferiore ai tre anni. Un totale di 14 soggetti su 120 fuoriescono dalla categoria dello spettro e 5 dei 14 soddisfano i criteri di una prognosi ottimale. Vengono quindi formulate una serie di considerazioni relative alle traiettorie individuate.
UTILIZZO DEL MANUALE DIAGNOSTICO PSICODINAMICO (PDM) IN NEUROPSICHIATRIA INFANTILE: APPLICAZIONE IN UN GRUPPO DI ADOLESCENTI AFFETTE DA ANORESSIA NERVOSA

F. Corbetta , M. Bomba , L. Tremolizzo , F. Neri , R. Nacinovich

L’utilizzo del Manuale Diagnostico Statistico (DSM) in infanzia e adolescenza, specie nei disturbi alimentari, è stato recentemente criticato in quanto non include criteri specifici per l’età evolutiva e non consentirebbe di formulare prognosi accu- rate. Diversamente, il Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM) comprende una sezione dedicata all’età evolutiva e prevede di definire una diagnosi sulla base di 3 Assi che valutano: funzionamento mentale (Asse MCA), pattern di personalità (Asse PCA), esperienza soggettiva (Asse SCA). Scopo di questo studio è stato applicare il PDM per ottenere profili diagnostici più dettagliati in un gruppo di ado- lescenti affette da Anoressia Nervosa (AN). Sono state coinvolte 30 adolescenti femmine (media = 14,9 anni, DS = 1,47) con diagnosi di AN secondo DSM-IV-TR.
Per ciascuna paziente un neuropsichiatra infantile ha stilato un profilo diagnostico secondo il PDM; come indicatori di gravità della compromissione fisica sono stati raccolti IMC ed il dosaggio plasmatico degli enzimi epatici di citolisi e stasi. Ogni paziente ha compilato le scale autovalutative EDI-3, CDI, STAI-Y, TAS-20. L’analisi dei risultati ha evidenziato una totale concordanza tra definizione diagnostica di malattia secondo il DSM-IV-TR e Asse SCA del PDM. Nessuna paziente presentava negli Assi MCA e PCA un profilo “sano in formazione”; la gravità dell’Asse PCA era associata con un aumento delle transaminasi ed anche con il rilievo all’EDI-3 di un disadattamento psicologico generale. L’applicazione del PDM in adolescenti anoressiche ha permesso di ottenere un profilo diagnostico più articolato rispetto al DSM. Le correlazioni tra severità dell’Asse PCA e compromissione dei parametri psicofisici suggeriscono la possibilità di stratificare i pazienti secondo questo Asse per formulare percorsi di cura differenziati e valutare, tramite un futuro follow-up, le eventuali implicazioni prognostiche.
LA PARENTAL ALIENATION: CONSIDERAZIONI CLINICHE, NOSOGRAFICHE E PSICOLOGICO-GIURIDICHE ALLA LUCE DEL DSM-5

G.B. Camerini , T. Magro , U. Sabatello , L. Volpini

In seguito al caso del bambino di Cittadella, sono nate discussioni e dibattiti sulla nozione di “Alienazione Parentale” e sulla possibile esistenza di una “sindrome” di alienazione parentale. L’utilizzo spesso fuorviante e fuori luogo di tale presen- tazione rende necessaria una revisione chiara della letteratura a riguardo e una programmazione di lavoro sia sul piano giudiziario di tutela dei diritti che sul piano riservato agli interventi psicosociali in una prospettiva di aiuto, sostegno e protezione. In questa discussione riportiamo le riflessioni internazionali sul termine “Parental Alienation” e sull’inquadramento nosografico dei quadri di alterazioni relazionali tra genitore e figlio alla luce della recente introduzione del DSM-5, con presentazione di una nostra proposta di algoritmo diagnostico, per infine aprire sugli interventi psicosociali e giudiziari attuabili.
APPROCCIO AI DISTURBI DEL MOVIMENTO AD ESORDIO NEI PRIMI DUE ANNI DI VITA

G.M. Di Marzio , M. Scilipoti , V. Leuzzi

La presentazione clinica dei disturbi del movimento varia in funzione dell’età di esordio dei sintomi e quindi del livello di maturazione del SNC. Se è vero che dopo i primi anni di vita, la semeiotica dei disturbi del movimento diventa progressiva- mente simile a quella dell’adulto, è particolarmente difficile orientarsi verso una diagnosi eziologia precisa nei bambini più piccoli. Tuttavia, per alcune di queste patologie un trattamento precoce può modificare la prognosi. Seguire quindi un iter diagnostico preciso, partendo dall’esame obiettivo per arrivare a indagini stru- mentali più invasive, potrebbe premette di orientare la diagnosi, e, in particolare, di escludere patologie in cui una terapia specifica può consentire di modificare la prognosi. Ci proponiamo in questa review di riassumere una proposta di iter diagnostico per i bambini con queste caratteristiche cliniche.
VALUTAZIONE DELL’ATTENZIONE E DELLE FUNZIONI ESECUTIVE IN ETÀ EVOLUTIVA: RASSEGNA DEGLI STRUMENTI ITALIANI E PROPOSTA DI UNA BATTERIA DI APPROFONDIMENTO

M. Poletti , P. Montanari

Nonostante l’attenzione e le Funzioni Esecutive abbiano un ruolo fondamentale nello sviluppo cognitivo in età evolutiva, queste funzioni sono state poco indagate come dominio cognitivo nel loro complesso dalla neuropsicologia dello sviluppo italiana in campo clinico e sperimentale. Il presente contributo ha il fine di favorire l’interesse sullo sviluppo dell’attenzione e delle Funzioni Esecutive attraverso una rassegna degli strumenti di valutazione oggi disponili nel contesto italiano e la proposta di una possibile batteria di approfondimento. Una visione d’insieme sugli strumenti disponibili, suddivisi per funzione e per fascia di età della taratura, può infatti favorire l’indagine di questi aspetti cruciali nella pratica clinica a fini diagnostici e riabilitativi e nel campo della ricerca.
DIAGNOSI PRECOCE DI DEFICIT NUTRIZIONALE DI VITAMINA B12 IN UN LATTANTE OSSERVATO AL SERVIZIO TERRITORIALE DI NEUROPSICHIATRIA INFANTILE DI MAZARA DEL VALLO

N. Foderà

Nel presente articolo si riporta il caso di un lattante di 5 mesi d’età che presentava disturbi neurologici e psicomotori secondari a deficit di Vitamina B12 dovuto a una dieta scarsa di alimenti di origine animale da parte della madre durante la gravidanza. Tale osservazione costituisce una rarità nell’ambito dell’operatività del servizio territoriale di Neuropsichiatria Infantile di Mazara del Vallo perché nella nostra unità operativa la maggior parte delle patologie sono rappresentate da disturbi di carattere psico-sociale, psichiatrico e neurologico (di tipo prevalen- temente convulsivo o di esiti di encefalopatie di origine prenatale e post-natale). L’ipovitaminosi B12 costituisce, dunque, una patologia di bassa frequenza per le migliorate condizioni di vita nella nostra società e per le migliori condizioni di assistenza medico sanitaria delle donne in gravidanza e nel parto. L’atipicità del quadro clinico del lattante e i dati anamnestici indicativi di uno stato di malnutrizione della madre prima e durante la gravidanza sono stati gli elementi d’allarme che hanno indirizzato lo specialista a seguire un iter diagnostico verso una patologia dismetabolica.
VALUTAZIONE DELLE RELAZIONI FAMILIARI NELL’INTERVENTO PSICOMOTORIO CON PRE-ADOLESCENTI AFFETTI DA PARALISI CEREBRALE

M. Gatta , M. Sisti , G. Brunello , E. S ale , A. Simonelli , P.A. Battistella

Lo scopo di questo lavoro è quello di approfondire le dinamiche relazionali ed emozionali che impegnano il soggetto preadolescente affetto da paralisi cerebra- le, utilizzando strumenti di valutazione provenienti da diverse aree professionali quali la Scheda di Osservazione Neuropsicomotoria, il Questionario sul Comporta- mento del Bambino e il Lausanne Trilogue Play. Attraverso la descrizione di due casi clinici verrà evidenziata l’utilità dell’integrazione di tali strumenti al fine di una efficace progettualità terapeutica.
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